La storia di Marco: da detenuto a chef

Marco — nome di fantasia, storia vera — ha trascorso quattro anni all’interno di un istituto penitenziario lombardo. Quando è entrato, aveva trentuno anni, nessuna qualifica professionale riconosciuta e una traiettoria di vita che sembrava già scritta. Quando è uscito, aveva un contratto di lavoro in tasca e un cappello da chef in testa.

Prima del corso, Marco descrive sé stesso come qualcuno che “non si fidava di niente e di nessuno, men che meno di chi veniva a proporre corsi e attività”. Aveva già vissuto la delusione di promesse non mantenute, dentro e fuori dal carcere. Quando gli fu proposto di partecipare al corso di cucina professionale organizzato da MyUrby, la sua prima reazione fu di scetticismo.

Poi qualcosa cambiò. “La prima volta che ho preparato una salsa dalla ricetta giusta, seguendo i passaggi, vedendo che usciva come doveva — ho pensato: posso fare le cose per bene. Non lo sapevo.”

Il corso, della durata di sei mesi, alternava teoria ed esercitazione pratica in una cucina attrezzata all’interno dell’istituto. Marco imparò le basi della ristorazione professionale: tecniche di cottura, sicurezza alimentare, gestione delle materie prime, lavorare in squadra sotto pressione. Non era semplice. Le prime settimane furono difficili, i ritmi esigenti, i conflitti con gli altri partecipanti frequenti. Ma Marco non mollò.

Al termine del percorso ottenne una qualifica riconosciuta dalla Regione Lombardia come operatore di cucina. Era la prima certificazione professionale della sua vita.

Nei mesi successivi alla scarcerazione, MyUrby lo affiancò nella ricerca di lavoro attraverso il programma di accompagnamento all’inserimento lavorativo. Dopo tre colloqui, Marco fu assunto come aiuto cuoco in un ristorante della cintura milanese. Oggi, a distanza di diciotto mesi, lavora nello stesso locale con il ruolo di sous chef e sta valutando l’iscrizione a un corso di specializzazione serale.

“Non voglio che la gente mi veda come qualcuno che ce l’ha fatta nonostante il carcere”, dice. “Voglio che mi vedano come uno che sa fare il suo lavoro. Punto.”

La storia di Marco non è un’eccezione. È, sempre di più, la regola che vogliamo costruire insieme.

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